donderdag, 29 september 2016 00:00

Il chiaro segno dei nederlandici extra muros

Di fronte a Il segno elusivo. La traduzione italiana della poesia in neerlandese (e afrikaans) del XX e XXI secolo (Raffaelli editore) il lettore a digiuno di nederlandistica scoprirà l'esistenza, tra i Paesi Bassi e le Fiandre, di una letteratura capace di esprimersi nella propria lingua, il neerlandese. È questa una lingua della quale nemmeno gli esperti sono sicuri di come vada chiamata. Al netto della confusione, tanto varrà farne una risorsa. E anche le imponenti figure che si ergono dalla piatta distesa della memoria scolastica si muovono elusive: Baruch Spinoza era un sefardita d'origine portoghese; Erasmo da Rotterdam, che forse era di Gouda, trascorse a Rotterdam non più di tre anni; e Anne Frank era tedesca. Dei tre, soltanto l'ultima scrisse in olandese (neerlandese o nederlandese) e per un tempo tragicamente circoscritto; gli altri si servirono del latino, tra Cinque e Seicento resistente lingua internazionale della cultura: pare che Erasmo pronunciò però, in fin di vita e in corretto olandese, "Lieve God".

Il volume, curato da Herman van der Heide e Marco Prandoni, offre per la prima volta una visione articolata e parziale della poesia olandese, fiamminga e in afrikaans secondo l'osservatorio della traduzione in italiano negli ultimi settant'anni circa. Dico per la prima volta perché il quaderno dedicato alla poesia olandese nell'Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea 3 (Raffaelli Editore) reca la firma degli stessi curatori. Nel complesso i dieci saggi raccolti, di media lunghezza, testimoniano anzitutto l'operato curioso di una piccola e recente comunità accademica: una curiosità, e anche uno stupore, che ricordano le prime esplorazioni di una breve terra vergine o con segni antropici ormai fossilizzati, dove l'incontro con i nativi invoca da subito comprensione e scongiura fraintendimenti, fino a prodursi in quell'arte instabile di trarre le conseguenze da più lingue, nota anche come traduzione.

Distante da questo pionierismo è però qualsiasi approccio ingenuo, da cercatore di pepite, o conquistatore d'Indie. Si tratta infatti di una comunità bensì navigata, per quanto le ragioni che spingono a incrociare le rotte di una letteratura oggi così marginale siano spesso dettate da casi e coincidenze, ma che conserva una freschezza altrimenti rara in letterature ampiamente canonizzate. Si prenda l'esempio di Giorgio Faggin (Il piacere di tradurre Nolens), la personalità che per importanza, esperienza e vastità d'interessi si presenta subito come essenziale per comprendere gli sviluppi della nederlandistica italiana e che potrebbe di conseguenza atteggiarsi ad autorevole barone: il suo saggio è al contrario una singolare presa in diretta dall'officina di traduttore dal prediletto fiammingo, tra carte biffate, repentine decisioni e mediazioni epistolari con Leonard Nolens. Quest'ultimo, « concreto ed esistenziale » poeta fiammingo che il traduttore incontrerà nel « buen retiro di Missenburg », si rivela non soltanto un esigente artista, ma anche un buon conoscitore dell'italiano e un cavilloso lettore dell'antologia di Mengaldo, malignamente adoperata per convincere Faggin a ripristinare le maiuscole d'inizio verso.

Chi studia una letteratura minoritaria incontrerebbe insomma la ventura di non trascorre un'acida vecchiaia. Ancora meritevole, per nulla inacidita ma senz'altro vecchia è la Poesia olandese contemporanea della coppia Gerda van Woudenberg e Francesco Nicosia, uscita nel 1959. In Gerda van Woudenberg (1911-1975) di Jeanette E. Koch, il profilo della traduttrice si staglia come quello di una « battistrada » sensibile all'apertura della poesia verso l'Europa, un progetto oggi ridimensionato, allora vivo. Ma l'antologia, pur escludendo la parte fiamminga, fu davvero una pietra miliare calorosamente accolta anche da Giorgio Caproni: « quest'antologia è un dono di poesia e un forte invito al viaggio... ». Altro ritratto da leggere sinotticamente è  di Charles van Leeuwen, che ripercorre le vicende traduttive di Luisa van Wassenaer-Crocini: siamo agli albori di questa appartata professione.

Il rapporto tra poesia neerlandese e poesia italiana viene indagato da Gandolfo Cascio in A shock of recognition convocando attorno a Gerard Reve una formazione di poeti italiani legati al tema materno. Il caso di Reve è emblematico: il suo romanzo De avonden, apparso nel 1947, divenne in breve tempo il manifesto disperato di una generazione di giovani che nello sguardo aveva ancora l'ombra cinerea di una guerra voluta dai propri padri; eppure la sua carriera di poeta, tra vani sforzi, non decollò mai. In un saggio ad alto tasso di comparazione, a volte un poco inebriante, la necessità di avviare il dialogo tra una poesia pressoché sconosciuta ma reattiva al contesto internazionale e una poesia oberata da una tradizione troppo augusta per le deboli propaggini attuali è sempre minata da un'oggettiva difficoltà di mediazione.

A Marco Prandoni spetta il compito di presentare le Gerichte gedichten di Willem Jan Otten, scrittore che al tipico eclettismo letterario olandese ha saputo coniugare, al contrario di Reve, un successo altrettanto versatile. La discussa conversione al cattolicesimo di questo vulcanico e vondeliano autore, vissuta anche con estremismo, ricorda, più che l'inquieto cattolicesimo del primo Novecento, quello carnale e passionale di Testori. Anche se entrambi interrogano le origini del teatro moderno, gli esiti sono molto diversi: basti leggere i cori "indirizzati" tratti dalla riscrittura di Gysbrecht van Aemstel, opera teatrale di Vondel che dopo tre secoli di ininterrotta presenza sul palcoscenico « era stata eliminata dal repertorio nel fuoco della rivoluzione culturale ». D'accordo con l'esigenza di farsi cercatore degli « schrijvende Christuszoekers » (« cercatori di Cristo nella scrittura »), Otten recupera, tra scarti attualizzanti e un adattamento piuttosto conservativo, il tema della Natività. Il saggio, tra i più informati, ricostruisce inoltre il dibattito avvenuto attorno al controverso Otten.

Altrettanto versatile è il fiammingo Hugo Claus, scrittore intertestuale di cui Franco Paris in Hugo Claus, il segno allusivo offre giustamente un esempio di poesia ekphrasis ispirata al pittore Hieronymus Bosch. Traduttore dalle lingue classiche, Claus pone al centro della sua opera un'allusività concreta, quasi corporea, che lo avvicinò a movimenti d'avanguardia come i CoBra. In Visio tondalis il bestiario allegorico di Bosch popola una catabasi violenta e altrettanto immaginifica, innervata di continui rimbalzi tra la pagina e la tela. L'arte allusiva di Claus non è però la pedante promiscuità di un Pound o il ludus anarchico e capriccioso delle avanguardie novecentiste: come suggerisce l'equilibrata e precisa ricostruzione dell'infaticabile Paris (buona parte della narrativa contemporanea olandese, prima di raggiungere le librerie, attraversa il suo studio), Claus gestisce con « affilatezza linguistica e tematica » una discesa agli inferi interiorizzata e priva dell'allegorismo didattico della sua fonte pittorica.

Un grande estimatore di Martinus Nijhoff, Josif Brodskij, è al centro del triplice salto linguistico tentato da Alessandro Niero (Iosif Brodskij traduce poeti della resistenza olandese), che facendo perno sul poeta naturalizzato statunitense traccia una linea di congiunzione tra canti partigiani olandesi, traduzione interlineare in russo e nuovo volgarizzamento in italiano. Se ciò non bastasse, a complicare il quadro intervengono la nulla conoscenza dell'olandese da parte di Brodskij e un conflitto tra la sua posizione antisovietica e la collocazione editoriale delle traduzioni, che qualche censore ha provveduto a omologare nel risentimento contro gli avversari tedeschi.

Uno dei saggi più curiosi, Scrivere Van de Woestijne di Jean Robaey, dichiara nettamente che la traduzione, per essere davvero tale, e soprattutto nella versione in italiano del neerlandese, deve valere come testo autonomo, ricreazione poetica di un'originale che in qualche modo misterioso vi infonde la sua presenza. E però il neerlandese è intraducibile. Troppo diverso l'ordine delle parole; troppo difforme l'accento tonico; troppo filologico il contesto d'arrivo. Il medium non può essere la lingua se prima non avviene una sorta di immedesimazione totale, ai limiti del mistico, tra autore e traduttore. Quest'ultimo è quasi parlato dall'originale. Si traduce il senso, non la lettera, diceva il citato San Girolamo. Ogni testo è un testo sacro? La risposta è già nell'officina aperta del traduttore impegnato a scrivere, ad essere Van de Woestijne. La devozione di Robaey non arriva però a richiedere altrettanto al lettore della traduzione, che non è obbligato a sua volta a essere il traduttore, in questo caso Robaey stesso.

Sulla scorta di K. Michel, poeta olandese tra i più interessanti nog levende, discendiamo in lande più a misura d'uomo (Il controcanto parodico in K. Michel) guidati dalla sobria scrittura di van der Heide (da tenere a mente: la pratica olandese di scrittura è così compattamente più sobria della rettorica italiana, che il lettore italiano potrebbe considerarla piatta per la stessa ragione che gli fa vedere in scrittori come Moravia e Cassola esempi di prosa sciatta, poco meditata. Quasi sempre falso.), intessuta di citazioni secondo l'esempio di Benjamin e funzionale al tema parodico, costante nella produzione di K. Michel. La lotta dei Paesi Bassi contro l'acqua, mito fondativo della nazione, viene rovesciata dal poeta e indirizzata alle montagne da cui scorrono i fiumi che innervano il territorio olandese: montagne remote, esse stesse un controterritorio parodico rispetto all'onomastica assenza di rilievi olandese. Discutere dei fiumi, in questa terra, vuol dire discutere la propria identità: congrua è allora l'immagine della scimmia, che oscilla tra imitazione e parodia (non a caso la stessa immagine è centrale in un poeta sia pure diversissimo come Matteo Marchesini). E seguendo ancora il cammino dell'acqua, il viaggio si conclude in Verby-Voorbij di Francesca Terranato circumnavigando l'Africa, con la sosta propiziatoria a Capo di Buona Speranza: a partire dalla vita di un villaggio di pescatori, conosciamo la figura di Ronelda Kamfer, nota poetessa in afrikaans.

Ribadisco in chiusura la novità di questo volume. Inoltre la ricchezza di traduzioni lo rende da un lato godibile come un'antologia ragionata e dall'altro lato, una volta integrata la mediazione degli studiosi, elastico per la possibilità di spulciarlo oziosamente. Potrebbe perfino succedere di dare finalmente una solida autonomia extra muros ma intereuropea al progetto della nederlandistica italiana, senza la pesanteur delle attrezzatissime gergali intenzioni accademiche.

Il segno elusivo: la traduzione italiana della poesia in neerlandese (e afrikaans) del XX e XXI secolo (Raffaelli Editore, 2016)
Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea 3 (Raffaelli Editore, 2015)

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