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Van februari tot en met juni 2016 ben ik als student-assistent werkzaam geweest op de Escuela Oficial de Idiomas (EOI) in Madrid. De stage was niet alleen een leerzame afwisseling op mijn studie Taal- en cultuurstudies aan de Universiteit van Utrecht, het heeft ook mijn ogen geopend voor mijn verdere (studie)loopbaan. In mijn studie combineer ik taalkunde en de Spaanse taal waarin ik me vooral specialiseer in tweedetaalverwerving. Daarom voelde ik me bij de EOI als een vis in het water.

De stage bestond uit verschillende werkzaamheden zoals het organiseren van conversatielessen, gastlessen, examentraining en het uitbreiden van lesmateriaal. De conversatieles is een informele manier voor studenten om hun Nederlands te oefenen en te verbeteren, met een focus op de uitspraak. Ik verbaasde mij over de grote interesse van de Spanjaarden in de Nederlandse taal. De 37 studenten tussen de 15 en 75 jaar die naar de conversatielessen zijn gekomen hadden allen andere motivaties om de Nederlandse taal te leren. Dat daagde mij uit om voor iedereen de conversatieles zo in te richten dat het beste in de student naar boven zou komen.

Niet alleen probeerde ik de studenten zoveel mogelijk te vertellen over de Nederlandse taal, ook kwam er een stukje cultuur bij kijken. Zo heb ik gastlessen gegeven over het studentenleven in Nederland en België en hebben we samen gekeken naar overeenkomsten en verschillen met het studentenleven in Spanje. Op die manier heb ik daarom op mijn beurt meer geleerd over de Spaanse taal en cultuur. Daarnaast konden sommige studenten niet buiten de reguliere lestijd naar de conversatielessen komen waardoor ik hen zag op tijden die hen beter uitkwamen. Daardoor werd ik wegwijzer in Madrid door de ogen van de Spanjaard.

Ik heb meer geleerd in mijn stage dan slechts het toepassen van wat ik tot dan toe had geleerd over tweedetaalverwerving. Ik heb het ook niet over het geven van examentraining, het maken van foutenanalyses en ontwikkelen van lesmateriaal. Ik heb me gerealiseerd dat ik het lesgeven ontzettend leuk vind. De studenten hebben mij, en nu nog steeds, geënthousiasmeerd en daarnaast ben ik geïnspireerd geraakt door de docenten Nederlands in Zuid-Europa die ik heb gesproken op het congres van MediterraNed in Salamanca (9-12 maart 2016). Dropjes zijn inmiddels ook in het buitenland te koop, dus niets houdt mij nu nog tegen om me in de toekomst hopelijk bij jullie aan te sluiten.

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donderdag, 29 september 2016 00:00

Il chiaro segno dei nederlandici extra muros

Di fronte a Il segno elusivo. La traduzione italiana della poesia in neerlandese (e afrikaans) del XX e XXI secolo (Raffaelli editore) il lettore a digiuno di nederlandistica scoprirà l'esistenza, tra i Paesi Bassi e le Fiandre, di una letteratura capace di esprimersi nella propria lingua, il neerlandese. È questa una lingua della quale nemmeno gli esperti sono sicuri di come vada chiamata. Al netto della confusione, tanto varrà farne una risorsa. E anche le imponenti figure che si ergono dalla piatta distesa della memoria scolastica si muovono elusive: Baruch Spinoza era un sefardita d'origine portoghese; Erasmo da Rotterdam, che forse era di Gouda, trascorse a Rotterdam non più di tre anni; e Anne Frank era tedesca. Dei tre, soltanto l'ultima scrisse in olandese (neerlandese o nederlandese) e per un tempo tragicamente circoscritto; gli altri si servirono del latino, tra Cinque e Seicento resistente lingua internazionale della cultura: pare che Erasmo pronunciò però, in fin di vita e in corretto olandese, "Lieve God".

Il volume, curato da Herman van der Heide e Marco Prandoni, offre per la prima volta una visione articolata e parziale della poesia olandese, fiamminga e in afrikaans secondo l'osservatorio della traduzione in italiano negli ultimi settant'anni circa. Dico per la prima volta perché il quaderno dedicato alla poesia olandese nell'Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea 3 (Raffaelli Editore) reca la firma degli stessi curatori. Nel complesso i dieci saggi raccolti, di media lunghezza, testimoniano anzitutto l'operato curioso di una piccola e recente comunità accademica: una curiosità, e anche uno stupore, che ricordano le prime esplorazioni di una breve terra vergine o con segni antropici ormai fossilizzati, dove l'incontro con i nativi invoca da subito comprensione e scongiura fraintendimenti, fino a prodursi in quell'arte instabile di trarre le conseguenze da più lingue, nota anche come traduzione.

Distante da questo pionierismo è però qualsiasi approccio ingenuo, da cercatore di pepite, o conquistatore d'Indie. Si tratta infatti di una comunità bensì navigata, per quanto le ragioni che spingono a incrociare le rotte di una letteratura oggi così marginale siano spesso dettate da casi e coincidenze, ma che conserva una freschezza altrimenti rara in letterature ampiamente canonizzate. Si prenda l'esempio di Giorgio Faggin (Il piacere di tradurre Nolens), la personalità che per importanza, esperienza e vastità d'interessi si presenta subito come essenziale per comprendere gli sviluppi della nederlandistica italiana e che potrebbe di conseguenza atteggiarsi ad autorevole barone: il suo saggio è al contrario una singolare presa in diretta dall'officina di traduttore dal prediletto fiammingo, tra carte biffate, repentine decisioni e mediazioni epistolari con Leonard Nolens. Quest'ultimo, « concreto ed esistenziale » poeta fiammingo che il traduttore incontrerà nel « buen retiro di Missenburg », si rivela non soltanto un esigente artista, ma anche un buon conoscitore dell'italiano e un cavilloso lettore dell'antologia di Mengaldo, malignamente adoperata per convincere Faggin a ripristinare le maiuscole d'inizio verso.

Chi studia una letteratura minoritaria incontrerebbe insomma la ventura di non trascorre un'acida vecchiaia. Ancora meritevole, per nulla inacidita ma senz'altro vecchia è la Poesia olandese contemporanea della coppia Gerda van Woudenberg e Francesco Nicosia, uscita nel 1959. In Gerda van Woudenberg (1911-1975) di Jeanette E. Koch, il profilo della traduttrice si staglia come quello di una « battistrada » sensibile all'apertura della poesia verso l'Europa, un progetto oggi ridimensionato, allora vivo. Ma l'antologia, pur escludendo la parte fiamminga, fu davvero una pietra miliare calorosamente accolta anche da Giorgio Caproni: « quest'antologia è un dono di poesia e un forte invito al viaggio... ». Altro ritratto da leggere sinotticamente è  di Charles van Leeuwen, che ripercorre le vicende traduttive di Luisa van Wassenaer-Crocini: siamo agli albori di questa appartata professione.

Il rapporto tra poesia neerlandese e poesia italiana viene indagato da Gandolfo Cascio in A shock of recognition convocando attorno a Gerard Reve una formazione di poeti italiani legati al tema materno. Il caso di Reve è emblematico: il suo romanzo De avonden, apparso nel 1947, divenne in breve tempo il manifesto disperato di una generazione di giovani che nello sguardo aveva ancora l'ombra cinerea di una guerra voluta dai propri padri; eppure la sua carriera di poeta, tra vani sforzi, non decollò mai. In un saggio ad alto tasso di comparazione, a volte un poco inebriante, la necessità di avviare il dialogo tra una poesia pressoché sconosciuta ma reattiva al contesto internazionale e una poesia oberata da una tradizione troppo augusta per le deboli propaggini attuali è sempre minata da un'oggettiva difficoltà di mediazione.

A Marco Prandoni spetta il compito di presentare le Gerichte gedichten di Willem Jan Otten, scrittore che al tipico eclettismo letterario olandese ha saputo coniugare, al contrario di Reve, un successo altrettanto versatile. La discussa conversione al cattolicesimo di questo vulcanico e vondeliano autore, vissuta anche con estremismo, ricorda, più che l'inquieto cattolicesimo del primo Novecento, quello carnale e passionale di Testori. Anche se entrambi interrogano le origini del teatro moderno, gli esiti sono molto diversi: basti leggere i cori "indirizzati" tratti dalla riscrittura di Gysbrecht van Aemstel, opera teatrale di Vondel che dopo tre secoli di ininterrotta presenza sul palcoscenico « era stata eliminata dal repertorio nel fuoco della rivoluzione culturale ». D'accordo con l'esigenza di farsi cercatore degli « schrijvende Christuszoekers » (« cercatori di Cristo nella scrittura »), Otten recupera, tra scarti attualizzanti e un adattamento piuttosto conservativo, il tema della Natività. Il saggio, tra i più informati, ricostruisce inoltre il dibattito avvenuto attorno al controverso Otten.

Altrettanto versatile è il fiammingo Hugo Claus, scrittore intertestuale di cui Franco Paris in Hugo Claus, il segno allusivo offre giustamente un esempio di poesia ekphrasis ispirata al pittore Hieronymus Bosch. Traduttore dalle lingue classiche, Claus pone al centro della sua opera un'allusività concreta, quasi corporea, che lo avvicinò a movimenti d'avanguardia come i CoBra. In Visio tondalis il bestiario allegorico di Bosch popola una catabasi violenta e altrettanto immaginifica, innervata di continui rimbalzi tra la pagina e la tela. L'arte allusiva di Claus non è però la pedante promiscuità di un Pound o il ludus anarchico e capriccioso delle avanguardie novecentiste: come suggerisce l'equilibrata e precisa ricostruzione dell'infaticabile Paris (buona parte della narrativa contemporanea olandese, prima di raggiungere le librerie, attraversa il suo studio), Claus gestisce con « affilatezza linguistica e tematica » una discesa agli inferi interiorizzata e priva dell'allegorismo didattico della sua fonte pittorica.

Un grande estimatore di Martinus Nijhoff, Josif Brodskij, è al centro del triplice salto linguistico tentato da Alessandro Niero (Iosif Brodskij traduce poeti della resistenza olandese), che facendo perno sul poeta naturalizzato statunitense traccia una linea di congiunzione tra canti partigiani olandesi, traduzione interlineare in russo e nuovo volgarizzamento in italiano. Se ciò non bastasse, a complicare il quadro intervengono la nulla conoscenza dell'olandese da parte di Brodskij e un conflitto tra la sua posizione antisovietica e la collocazione editoriale delle traduzioni, che qualche censore ha provveduto a omologare nel risentimento contro gli avversari tedeschi.

Uno dei saggi più curiosi, Scrivere Van de Woestijne di Jean Robaey, dichiara nettamente che la traduzione, per essere davvero tale, e soprattutto nella versione in italiano del neerlandese, deve valere come testo autonomo, ricreazione poetica di un'originale che in qualche modo misterioso vi infonde la sua presenza. E però il neerlandese è intraducibile. Troppo diverso l'ordine delle parole; troppo difforme l'accento tonico; troppo filologico il contesto d'arrivo. Il medium non può essere la lingua se prima non avviene una sorta di immedesimazione totale, ai limiti del mistico, tra autore e traduttore. Quest'ultimo è quasi parlato dall'originale. Si traduce il senso, non la lettera, diceva il citato San Girolamo. Ogni testo è un testo sacro? La risposta è già nell'officina aperta del traduttore impegnato a scrivere, ad essere Van de Woestijne. La devozione di Robaey non arriva però a richiedere altrettanto al lettore della traduzione, che non è obbligato a sua volta a essere il traduttore, in questo caso Robaey stesso.

Sulla scorta di K. Michel, poeta olandese tra i più interessanti nog levende, discendiamo in lande più a misura d'uomo (Il controcanto parodico in K. Michel) guidati dalla sobria scrittura di van der Heide (da tenere a mente: la pratica olandese di scrittura è così compattamente più sobria della rettorica italiana, che il lettore italiano potrebbe considerarla piatta per la stessa ragione che gli fa vedere in scrittori come Moravia e Cassola esempi di prosa sciatta, poco meditata. Quasi sempre falso.), intessuta di citazioni secondo l'esempio di Benjamin e funzionale al tema parodico, costante nella produzione di K. Michel. La lotta dei Paesi Bassi contro l'acqua, mito fondativo della nazione, viene rovesciata dal poeta e indirizzata alle montagne da cui scorrono i fiumi che innervano il territorio olandese: montagne remote, esse stesse un controterritorio parodico rispetto all'onomastica assenza di rilievi olandese. Discutere dei fiumi, in questa terra, vuol dire discutere la propria identità: congrua è allora l'immagine della scimmia, che oscilla tra imitazione e parodia (non a caso la stessa immagine è centrale in un poeta sia pure diversissimo come Matteo Marchesini). E seguendo ancora il cammino dell'acqua, il viaggio si conclude in Verby-Voorbij di Francesca Terranato circumnavigando l'Africa, con la sosta propiziatoria a Capo di Buona Speranza: a partire dalla vita di un villaggio di pescatori, conosciamo la figura di Ronelda Kamfer, nota poetessa in afrikaans.

Ribadisco in chiusura la novità di questo volume. Inoltre la ricchezza di traduzioni lo rende da un lato godibile come un'antologia ragionata e dall'altro lato, una volta integrata la mediazione degli studiosi, elastico per la possibilità di spulciarlo oziosamente. Potrebbe perfino succedere di dare finalmente una solida autonomia extra muros ma intereuropea al progetto della nederlandistica italiana, senza la pesanteur delle attrezzatissime gergali intenzioni accademiche.

Il segno elusivo: la traduzione italiana della poesia in neerlandese (e afrikaans) del XX e XXI secolo (Raffaelli Editore, 2016)
Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea 3 (Raffaelli Editore, 2015)

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zondag, 25 september 2016 00:00

W.F. Hermans – Alla fine del sonno

Nel 1963, quando finì di scrivere Nooit meer slapen (Alla fine del sonno, traduzione di Claudia Di Palermo), Willem Frederik Hermans aveva quarantaquattro anni e circa venti anni di troppo.
Come succede con gli scrittori dalla vocazione imperiosa, la costruzione del romanzo non rispondeva a un piano premeditato, ma a un calcolo tanto istintivo quanto ferreo, come chi risolve in breve tempo una sommatoria complessa saltando gli ultimi passaggi: non si può dire né che indovini né che determini. Si può paragonare però a quelle moderne tende da campo che trovano da sé il modo di sfruttare il vento per aprirsi in un solo slancio. Giusto il tempo di sviluppare un solo tema e una sola azione drammatica.
Al contrario di certi giochi di ruolo questo romanzo non è adatto a un pubblico di età compresa tra i 2 e i 99 anni. Lo possono leggere i ragazzi della maturità, i neolaureati e i dottorandi. Io, che sono un neolaureato, l'ho letto per caso al momento giusto, cioè quando un romanzo vale da ammonimento; e questo significa che è già troppo tardi.

Nel 1961 Hermans tornò da una spedizione scientifica nel Finnmark, estrema regione della Norvegia. Con fiuto da bematista e con almeno vent'anni di scrittura alle spalle capì che, per rendere efficace l'azione drammatica, non poteva proiettare in una narrazione autobiografica la sua esperienza di quarantenne, e con essa motivazioni, aspettative e ambizioni proprie di quell'età. Preferì personificarle nel venticinquenne Alfred Issendorf, geologo olandese non ancora ingabbiato in una carriera, ma deciso a marcare a fuoco il suo ingresso nella scienza attraverso una scoperta portentosa:

Non voglio trovare pietre che qualcun altro ha già messo in una scatolina. Anzi, non voglio trovare pietre che siano già state sulla Terra. Più di ogni cosa desidererei trovare un meteorite, un frammento proveniente dal cosmo e vorrei che fosse composto di una materia mai rinvenuta sulla Terra. La pietra filosofale, o quantomeno un minerale a cui verrà dato il mio nome: Issendorfite.

L'ipotesi è tanto affascinante da nasconderne ad Alfred la palese bizzarria: come proverà a spiegare Arne, suo primo compagno di viaggio (gli altri sono Qvigstad e Mikkelsen), il Finnmark è bucherellato di crateri per ragioni meno aliene e più terrestri. Ma Alfred è un ragazzo ambizioso che nonostante gli studi universitari non ha perso l'ingenuità impacciata di chi non è in grado di valutare la portata reale del proprio talento. Su di lui pesa anche un modesto complesso edipico che Hermans rende invisibile e pervasivo. Ogni pensiero di Alfred sembra sottoposto a un leggero spostamento ed esprimersi in frasi di solida banalità che, a una seconda lettura, rivelano cedevoli incongruenze. (Faccio uno zoom della precedente citazione: «Anzi, non voglio trovare pietre che siano già state sulla Terra»).
La storia ci viene presentata attraverso la prima persona di Alfred, sia per restituirci la strisciante, a volte comica assurdità della vita mentale («Tranne per la rete che lo ha pescato, la padella, la margarina, e i fiammiferi per accendere il fuoco, questo pesce non deve nulla alla civiltà»), sia soprattutto per condurre un esperimento narrativo: è affidabile la verità che un aspirante scienziato vuole comunicarci, se proprio uno scienziato sa bene che non è possibile osservare e al tempo stesso fare parte dell'esperimento?

Dieci anni dopo Alla fine del sonno, Hermans lasciò i Paesi Bassi per stabilirsi a Parigi. Da questo momento divenne uno scrittore a tempo pieno, dopo aver condotto un'attività parallela prima come lettore e poi come professore di geografia fisica presso l'università di Groningen. Ci furono guai con gli altri docenti. Ancora oggi la questione non è priva di punti oscuri. Hermans, che diceva che scrivere un romanzo è «wetenschap bedrijven zonder bewijs», è svolgere attività scientifica senza averne le prove, abbandonò l'incarico ma non la pratica. Negli anni Sessanta, mentre gli strutturalisti si alleavano con la linguistica per dare un fondamento scientifico alla letteratura, l'affermazione doveva sembrare figlia dell'epoca. Non era così. La letteratura non diventò oggetto di studio scientifico. Continuò a dire quello che aveva da dire senza produrre uno straccio di prova. Quando Alfred si reca dal prof. Nummendal per ottenere le foto aeree del Finnmark, il vecchio barone universitario, sciovinista semicieco, esclama: «"Ho visto una gran quantità di ricerche fatte a vuoto. Depositi pieni di collezioni che nessuno degna più di uno sguardo, finché un giorno vengono buttate via per mancanza di spazio. Ho visto teorie andare e venire come le anatre selvatiche e le rondini"». Poi, con l'ironia tipica di Hermans, il professore s'innamora del paragone: «"Lei ha mai mangiato l'allodola arrosto?"».
La proverbiale directheid degli olandesi, il parlare senza peli sulla lingua, che Hermans possedeva in misura tale da intimorire anche il più sfacciato degli intervistatori e che a volte esplodeva in una risata cartesiana e autodivertita, come è dei demoni più consapevoli, si rivolse per tutto l'arco della sua vita verso le istituzioni, i rappresentanti delle istituzioni e la mitologia su cui si autofondano. La critica di Hermans al mondo universitario è tanto più efficace quanto meno è esibita. Anziché scrivere quel romanzo da campus universitario che Gore Vidal paventava, Hermans sposta il baricentro della parodia dalle aule magne al paesaggio quasi vergine del Finnmark, dall'ammiccante solidarietà tra l'intellettuale e il lettore colto all'intima contraddizione del ricercatore alle prime armi che, pur di piantare per primo la bandiera su una terra inesplorata, resta abbagliato da deliranti teorie. A volte capita che Alfred si paragoni ai grandi inventori del passato: e chi, spinto dall'attenzione tutta fantasticata che un giorno ci ha rivolto il professorone, non ha creduto di poter scoprire qualcosa di davvero epocale, facendosi illusioni sul proprio talento? Il lettore di quell'età condivide i pensieri più intimi di Alfred, così credibili e verosimili da ignorare che quell'intimità è sempre assolutoria e sospettosa. La vita, poiché non si può vivere che dall'interno, ci offre soltanto il lato persuasivo della paranoia.
Ma l'altro lato è soltanto inganno, a cominciare dalla lingua. L'olandese Alfred trova un primo ostacolo proprio nell'incomprensibilità dei nomi norvegesi, nella ludica crudeltà con cui li deformiamo e nel destino che vi è iscritto come un rebus: il prof. Sibbelee è il relatore che sibillinamente suggerisce ad Alfred, per la tesi di dottorato, di verificare l'ipotesi delle meteoriti e di procurarsi delle foto aeree dal più strenuo avversario di questa teoria, il prof. Nummendal, dal nome simile alla parola olandese niemendal ("nonnulla"), che da Oslo spedisce Alfred presso l'Istituto Geologico di Trondheim, dove a riceverlo dovrebbe esserci il direktør Hvalbiff, cioè "carne di balena", ma dove non ci sono né il direktør né le foto aeree. Cacciatosi in questo labirinto di nomi evasivi, ad Alfred sfugge l'intricato quanto vacuo sistema di vendette che lega i tre professori, o meglio insiste a minimizzarlo, a chiudere gli occhi di fronte agli equivoci che potrebbero sfavorirlo e, laddove sembrano assecondarlo, a spalancare lo sguardo fino a produrre visioni e cospirazioni.
Non ci sarà mai una pietra chiamata Issendorfite, se non per un caso di omonimia. Il desiderio di veder scolpito il proprio nome nella pietra è chiaro vagheggiamento d'immortalità, ma al tempo stesso lapidario memento mori. La riflessione sulla morte, che attraversa tutto il romanzo, si presenta come riflessione sulle possibilità del corpo umano, sul fragile miracolo che lo tiene unito: «La resistenza dei tendini, inimmaginabile per chi abbia visto con quale relativa facilità si spezza perfino il fil di ferro. Che miracolo è l'uomo! Ma che razza di prova, sperimentare fino a che punto può arrivare la miracolosità del proprio corpo». E poco più avanti, il miracolo viene negato da un dubbio inquisitorio: «L'incomprensibile forza del corpo umano non ci fa temere che questa tortura sarà infinita?». Ma sfidare i limiti conduce all'abbruttimento, alle estreme conseguenze: «Ho gli occhi strabuzzati, le orecchie bollenti, la testa che ronza, sono così esausto da non poter immaginare di provare mai più una stanchezza tale in vita mia, ma non ho affatto sonno. Nessuno sa di cosa è capace finché non ha sperimentato tutto».

Hermans fu un fuoriclasse della scrittura romanzesca. Non seguiva gli schemi più alla moda, né voleva crearne. Più netta della sua idea di romanzo classico c'è, in Hermans, soltanto la sua implacabile applicazione: klassiek è il romanzo «in cui il tema si risolve tutto nel racconto, in cui un'idea viene espressa per mezzo di azioni, in cui all'occorrenza i personaggi che vi agiscono sono personificazioni prima ancora che ritratti psicologici. Un romanzo in cui tutto ciò che succede e tutto ciò che si descrive mira a uno scopo; in cui, per modo di dire, anche un passero che cade dal tetto porta con sé delle conseguenze», scrive in Het sadistische universum. L'ultima frase, oltre a essere davvero un modo di dire olandese, riecheggia un passo biblico da Matteo, dove si dice che non cadrà a terra neanche un passero senza il volere del Padre.

Mentre Barthes preparava l'agguato alla funzione dell'autore nell'opera, Hermans tirava dritto e chiedeva per sé un'autorialità piena e responsabile. La ragione risiede nella mentalità da scienziato: senza punto di vista esterno, nulla si vede, nulla si prova, tutto è tautologia. La presenza dell'autore deve garantire al lettore che la lettura non è arbitrio interpretativo, ma verifica di una eventualità, di un universo potenziale. La natura dello scrittore classico è perciò divisa tra una metà scientifica e l'altra divina; tra razionalità e entusiasmo; tra verifica e arbitrio. Un minotauro intrappolato nel labirinto della propria natura paradossale. Proprio mentre si aggrappa alla razionalità scientifica, Alfred mostra infatti il carattere superstizioso e maniaco del misurabile, dell'unica verità visibile. Conta i gradini; conta i passi; calcola quanti chilometri si percorrono facendo un passo ogni due secondi; proietta le proporzioni della mappa sulla realtà del paesaggio; pesa il suo zaino o lo soppesa, perché per nulla al mondo vuole che il suo zaino sia il più leggero. Senza le foto aeree non sa orientarsi; si smarrisce persino in un paesino. Senza delle istruzioni, senza un futuro già determinato nei minimi dettagli, Alfred non sa come comportarsi nel presente. Eppure noi facciamo il tifo per lui non per compassione ma per empatica autoassoluzione. Anche il tempo della narrazione è il presente e nel contrasto tra realtà istantanea e fantasia che realizza i suoi sogni, Alfred scopre l'essenziale inganno dell'universo, in cui il successo è accessibile soltanto a chi, messi da parte i calcoli, si butta nel vuoto per toccare il fondo: «Senza più alcun timore salto da una roccia all'altra, non cerco nemmeno appiglio, il ginocchio ammaccato mi fa così male che potrei urlare, ma la mia discesa non è meno elegante e scorrevole di quella di Arne. Come se scendessi una scalinata, senza pensare. Quasi non guardo dove metto i piedi [...]. Mi piego in avanti per metà, raddrizzo di nuovo la schiena, poi riprendo la corsa, libero da minacce, verso il fondo della gola». Il tema di fondo di Alla fine del sonno è de mislukking, il fallimento. Graduale e imperterrito. Mistificato e infestante. L'attesa della débâcle; la maturità che fa fiasco. Si manifesta attraverso l'anonimia, la scelta del momento sbagliato o attraverso il fantasma del padre di cui non sappiamo portare a termine la missione. Si manifesta anche, dal punto di vista dell'autore, come la possibilità di raccontare ciò che resta al di fuori del mondo igienizzato della scienza, a discapito però del personaggio che se ne fa carico. In un passo decisivo, Alfred pensa:

Che fine fanno nei manuali gli sforzi, i dubbi e la disperazione affrontati prima di giungere a una particolare conclusione? L'impressione è che il novantanove per cento delle scoperte siano da sempre un dato acquisito, come se non le avessero mai fatte – oppure fossero da attribuire a personaggi anonimi, non a uomini, ai quali tutto andava liscio come l'olio, mai precedute da fallimenti totali o parziali di gente venuta prima.

Perciò al termine dei romanzi di Hermans si ha spesso la sensazione di una lotta tra il tentativo di sottrarre i personaggi al caos della realtà, attraverso la classicità della forma romanzesca, e il malintenzionato arbitrio del creatore che, sebbene sia lo sviluppatore del cosmo, si lascia andare alla fallacia, inocula nell'ordine universale una ambizione senza fondamenti, si compiace dell'inganno, della trappola, del sabotaggio teso ai danni del proprio esperimento. La forza di gravità per Hermans è quella forza che, nonostante la miseria della vita, esercita sull'uomo un'incomprensibile attrazione verso il cimitero monumentale delle biografie degne d'essere ricordate. «"L'uomo, insomma, è "der ewig Betrogene des Universums", come lo ha definito un tedesco. L'uomo è l'eterna vittima dell'inganno dell'universo, una delle mie espressioni preferite"» dice Qvigstad, con la sua aria da Thor.
A parlare in realtà è il creatore stesso, Hermans. In un universo del genere, il passaggio dell'uomo è soltanto una variazione impalpabile sulla superficie terrestre; chi vuole calcare la propria impronta non è nemmeno consapevole, così facendo, di cancellarla: «Un passo. Muschio fra le pietre, inframmezzato da tratti di terra spoglia. Sabbia e ghiaia, ghiaia bianca. Qua e là un osso, una vertebra. Nessuna traccia che attesti il passaggio di altri esseri umani. Non abbiamo coperto anche noi le nostre tracce?». Più Alfred si addentra nel territorio, nella natura incontaminata, in una regione dove anche la mezzanotte è un'ora solare e le zanzare non concedono tregua alcuna, più gli sembra assurdo il desiderio di lasciare un segno. Avvicinandosi alla fine del viaggio, Alfred non ha più voglia di «dover raccontare alla gente cos'è successo» una volta tornato nel mondo civilizzato.
Certo, se non ci fosse l'aspirazione a fare qualcosa che nessuno ha mai fatto, l'universo perderebbe velocità. L'originalità è dovere dello scrittore ma anche stimolo che tiene il vortice dell'inganno in movimento. Scoprire è gloria e condanna. Qualsiasi conclusione si rivela una beffa che ci riporta al punto di partenza, oberati da una consapevolezza che ci deride. L'universo è una creazione sadica poiché non offre all'uomo gli elementi necessari per comprendere la posizione che vi occupa, che potrebbe essere inferiore persino a quella delle zanzare; mentre nell'aldilà «a capo di tutta la baracca» potrebbe sedere «su un alto trono, con lo scettro in mano, il virus dell'afta epizootica».
La serietà, l'accanimento di Hermans non concedono il minimo ripiegamento intellettualistico a una scrittura limpida e a volte precisa come una luce artificiale. Esperto lettore di Kafka, Hermans sa che il massimo dell'effetto narrativo si raggiunge attraverso uno svolgimento elementare, una costruzione meticolosa quanto meno è premeditata, una lingua falsamente penetrabile, e dall'altro lato un groviglio psicologico inafferrabile, un determinato sgretolarsi dell'ordine, una complessità di rimandi intertestuali che sono tanti depistaggi di fronte all'unica via di uscita, la tautologia. Più la sua prosa è trasparente e più traduce un'oscura inquietudine. La parola è decifrabile apparenza finché il lettore la attraversa distratto, ma diventa incubo non appena il nostro volto si specchia in quell'acqua, quell'onnipotente equivoco. L'inganno più raffinato sta nell'apparente leggibilità del senso.

Nel "Canon van de Nederlandse literatuur", W.F. Hermans occupa il terzo posto, dietro a Multatuli e Vondel. Alla fine del sonno è un libro che qualsiasi olandese ha avuto almeno una volta nella vita tra le mani. E per noi, per noi italiani, grazie alla splendida traduzione di Claudia Di Palermo, è « innanzitutto, la scoperta di un grande scrittore », come recita la bandella di Adelphi. Eppure questa è una frase senza senso. Hermans non è e non sarà mai un grande scrittore. È stato ed è un grande scrittore olandese, uno scrittore come pochi in grado di raggiungere tutti e come pochi consapevole che una cultura minoritaria resterà sempre succube delle culture egemoni. Per lui l'olandese è una lingua destinata ad andare in malora. In Alla fine del sonno, quando si parla del provincialismo norvegese, si allude sempre a quello dei Paesi Bassi.

« Caro signore, dia retta a me, se un intero popolo si dedica per secoli ad abitare un pezzo di terra che in realtà appartiene ai pesci, un terreno che in effetti non è stato creato per gli uomini – un popolo del genere alla lunga deve adottare una filosofia sui generis che non ha più niente di umano! Una filosofia basata esclusivamente sull'autoconservazione, una concezione di vita rivolta a evitare che piova sul bagnato! » dice il prof. Nummendal.
Ho l'impressione che Hermans abbia ragione. Che l'universo sia un'Olanda sterminata.

W.F. Hermans – Alla fine del sonno, Adelphi, 2014

 

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